|
Romano Scavolini è certamente uno degli autori più significativi, controversi e misteriosi non solo del cinema italiano ma del cinema in generale. Le cronache del cinema indipendente italiano sono infatti segnate dalla singolarità dell’opera di questo autore. I lungometraggi che hanno caratterizzato il cinema di Scavolini sono “A mosca cieca” (1966) e “La Prova Generale” (1968). L’anomalia è che la “scoperta” recente di quelle opere, che l’epoca non riuscirono a essere regolarmente distribuite e che da decenni giacciono negli archivi, spiazza totalmente lo studioso e lo costringe a ripensare il concetto classico di sperimentazione filmica. Fu proprio il tentativo di muoversi all’interno del normale circuito distributivo che procurò a Scavolini per “A mosca cieca”, interminabili peripezie giudiziarie che si conclusero con il sequestro della copia originale, tuttora custodita negli scantinati dell’ex Ministero del Turismo e dello Spettacolo. “A mosca cieca”, presentato a Pesaro nel 1966, fu apprezzato tra l’altro da Joris Ivens e Jean-Luc Godard. In seguito fu invitato e proiettato in diversi festival internazionali, tra cui Berlino, Carlovy Vary, San Francisco, e Mosca. Per sottoporre il film al secondo giudizio della censura, Scavolini, su consiglio di Moravia, altro estimatore di “A mosca cieca” insieme ad Elsa Morante, aggiunse alcune scene dialogate mentre la visione originale è senza dialogo. L’éscamotage però non servì a nulla e il film circolò in Italia e all’estero viaggiando attraverso Valigia Diplomatica e con titoli fittizzi tra cui “Halleluya”, “Ricordati di Haron” e “Il gioco dei bambini”. La prima visione non sonorizzata di “A mosca cieca” durava sei ore; il film piacque enormemente a Giuseppe Ungaretti che rimase affascinato soprattutto dalla dimensione temporale estremamente dilatata del film. “A mosca cieca” fu poi ridotto a 100 minuti e quando fu presentato al pubblico dei festival e alla critica internazionale creò letteralmente uno shock nel sistema cinematografico, sia per la tematica affrontata (un delitto senza movente), che per il linguaggio (frammentario) che, infine, per la formula produttiva – il film era costato qualche decina di milioni. Se in “A mosca cieca” il clima politico rimane sottotraccia, o meglio affiora e si manifesta attraverso sfumature, umori e suggestioni, nel secondo film, “La prova generale”, la riflessione ideologica emerge con evidenza. Ma i due film sono opposti e complementari. Anche a “La prova generale” toccò l’onore della censura, su di esso gravano ancora oggi alcune ipotesi di reato ma nonostante questo film ottenne il Premio di Qualità ex-equo con “Le Charmee Discret de la Bourgeoisie” di Bunuel. Seguì poi un altro singolare progetto, “Entonce”, che resterà però incompiuto e il cui girato andrà perduto durante un’alluvione. Nel 1970 Scavolini realizza “Stato d’Assedio” che sarà presentato al Festival di Venezia e immesso sul mercato con il titolo “Un Amore Breve”. Come se un ciclo di ricerca si fosse chiuso, Scavolini parte per il Vietnam come un fotografo di guerra free-lance. Al suo ritorno fonda una casa di produzione – la Lido cinematografica – e produce, scrive e dirige “Servo Suo”, “Un Bianco Vestito per Marialè”, “La Lunga Marcia” e “Cuore”. Nel ’74 riparte per l’America Latina realizzando alcuni documentari dai contenuti drammatici, scrivendo articoli per un quotidiano svedese ed esplorando la possibilità di realizzare un grande affresco latinoamericano con il film “Viento Seco” di Daniel Caicedo, che però non riuscirà mai a realizzare. Finalmente sbarca a York, e realizza “The Savane Hunt”, un film ambientato durante il regime dei “Colonnelli” in Grecia. La gestazione difficile e piena di ostacoli del film, suggerisce a Scavolini di trasferirsi definitivamente negli USA, dove vive fino al 1995 scrivendo e insegnando alla New York University of Visual Arts e tenendo stage anche alla Columbia. Durante questi anni, nel 1981, scrive e dirige l’horror “Hightmare”, che diventa uno dei film più controversi della stagione cinematografica americana e campione d’incasso non solo in USA ma in tutti quei paesi dove viene distribuito non senza sollevare sandali e interrogazioni parlamentari. Nel 1990 scrive, dirige e produce “Dogtags”, un film ispirato alla sua esperienza in Vietnam, poi ritorna a Roma, dove attualmente risiede. |
Romano Scavolini Web Site
since December 2001 - All images, music, text Right Reserved ©